1 - il sistema vallerani (SV)
1.1 - attrezzature
1.2 - operazioni necessarie
1.3 - gli ostacoli
1.4 - nuove piantagioni
1.5 - rimb. o frangivento
1.6 - interventi
1.7 - benefici ottenibili
1.8 - i metodi di LCD
1.9 - mantenere i pascoli
1.10 - conclusioni (parte 1)
1.10 - conclusioni (parte 2)

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IL SISTEMA VALLERANI (S.V.)

1.3 GLI OSTACOLI

Coloro che hanno visto le lavorazioni attuate con il S.V., quelli che hanno assistito alle conferenze con proiezioni di diapositive o filmati dei risultati ottenuti,  hanno sempre chiesto come mai un sistema così valido non sia stato da tempo  adottato e diffuso tenuto conto dei risultati ottenuti fin dai primi progetti. Occorre però riflettere sui punti seguenti e rendersi conto che la FAO, l’IFAD, le altre organizzazioni internazionali, le Cooperazioni dei vari paesi, le ONG e ogni organismo impegnato nell’Aiuto allo Sviluppo, hanno sempre pensato che dovessero essere le popolazioni locali a beneficiare degli aiuti dei paesi donatori e che dovessero essere queste stesse popolazioni a condurre la lotta per la salvaguardia delle proprie terre.  Non si sono così mai voluti rendere conto dell’ampiezza del problema, della debolezza dell’uomo generalmente sottonutrito, in rapporto all’accelerazione dei fattori negativi, costituiti dall’aumento della popolazione, dai cambiamenti climatici e dalle conseguenze da ciò derivate sulle risorse delle zone semiaride e  aride dell’intero  Pianeta.
Così la desertificazione, che nel ’90 avanzava al passo di 6 milioni di ettari perduti annualmente, nel 2005 avanzava a 12 milioni! (dati FAO) ed i sottonutriti a detta del Direttore Generale FAO sono attualmente 853 milioni!!
A ciò deve aggiungersi un altro grave errore tecnico. Nell’illusione di poter accelerare la formazione delle foreste ed aumentare l’attecchimento e la sopravvivenza della piantina, si è propagandata la costituzione dei vivai, dove i semi delle piante destinate a lottare contro la desertificazione sono stati posti in “terre migliorate”, con aggiunta di letame e sostanze nutritive, ed in sacchetti di plastica. Protetti dal vento, irrigati e...curati. Così l’apparato radicale della piantina inserito in un ambiente troppo “migliorato” e quindi lontano da quello dove è destinato a crescere è stato irreparabilmente compromesso e nel trapianto, si è perduta la sua più importante funzione, quella del fittone.
Si sono poste così a dimora nelle zone inospitali e aride, piante mutilate con radici superficiali esposte al sole e al freddo ed attorcigliate su se stesse, con una elevata sproporzione tra parte radicale ed aerea, e spesso sono state irrigate con acque di falda nei deserti o nei fianchi delle montagne con l’illusione che sarebbero divenute atte a vivere e combattere le avversità della natura……. e, intanto, la desertificazione avanzava ed i disperati che perdono le proprie terre emigrano.
Si accelerano così anche i cambiamenti climatici e si perde Biodiversità.

Un doveroso confronto  tra i costi dei metodi tradizionali di riforestazione basati sul trapianto ed il S.V. fondato sulla semina diretta (che è il sistema naturale di propagazione delle piante), dimostra che il secondo costa mediamente 5 volte di meno e il risultato è incomparabilmente più veloce ed efficace .